sabato 9 ottobre 2010

Il PD punta sull'immigrazione a punti

Tra i documenti espressi dai gruppi di lavoro all'Assemblea Nazionale del PD emerge quello sulla questione immigrazione, dall'esemplificativo titolo "impariamo a vivere insieme". Nel documento è stata approvata la proposta partita da Movimento Democratico di Walter Veltroni (ma firmata anche da alcuni esponenti della maggioranza interna, come Daniele Marantelli, o di rappresentanti dell'area Marino, come Paola Concia) che prende in considerazione l'ammissione a punti degli immigrati: "Quali immigrati? Quote, punti, capitale umano? Una riflessione di lungo periodo Chi sono gli immigrati? Con quali criteri vengono ammessi? Chi è il nuovo vicino di casa, il nuovo “compagno” di lavoro, il “nuovo” abitante del quartiere? Quali le garanzie che l’immigrazione non determini il degrado della comunità, dei diritti sociali, dei servizi pubblici?".
Una formula già adottata da alcuni paesi di antica tradizione migratoria – Canada, Australia, Nuova Zelanda – e recentemente alcuni paesi europei – Gran Bretagna, Danimarca - e che ricalca in qualche modo il sistema che il ministro Maroni vorrebbe introdurre nel nostro Paese. Ma che però, a differenza dell'idea leghista, non abbandona i principi umanitari di accoglienza e non è strutturata in modo tale da dare luogo a fenomeni di intolleranza, discriminazione e sfruttamento.
Il principio proposto è semplice, e consiste nell’attribuire al candidato un punteggio per ogni caratteristica individuale di una determinata lista, e di farne la somma: chi supera una determinata soglia è ammissibile (in funzione delle “quote” o dei “tetti” numerici adottati). Normalmente si prendono in considerazione età, stato civile, grado di istruzione, conoscenza della lingua, della cultura o dell’ordinamento, capacità di guadagno o di produrre reddito, specializzazione lavorativa, talenti particolari. Ma si può immaginare di attrezzarsi per considerare altri elementi: per esempio, la composizione della famiglia e le relative caratteristiche, l’esigenza di legami con il paese, eventuali programmi (comprovabili) di inserimento. Naturalmente l’attribuzione del punteggio non deve essere distorta da elementi discriminatori: genere, razza, religione, opinioni, provenienza geografica. In pratica, non “quanti” immigrati, ma “quali” immigrati. Quelli, tra l'altro, di cui la nostra economia ha bisogno, ma non di più.
Una proposta su cui riflettere e su cui si discuterà di sicuro nei prossimi mesi.
Una piccola considerazione possiamo già farla: se non riusciamo a trattenere i nostri giovani, appare davvero difficile pretendere di attirare qui i migliori degli altri paesi.